Noi, guardiani della Madre Terra

di Maddalena Maltese, da New York 

T8aminik Rankin è capo degli Algonquin e ai giovani insegna che il climate change parte dal cuore.

E’ la foresta la cattedra,  il santuario, il sanatorio di T8aminik (Dominique) Rankin, capo ereditario degli Algonquin, una tribù indigena del Canada e presidente onorario di Religions for Peace. Si è rifugiato qui, per trovare consolazione e parole di riconciliazione dopo la scoperta di centinaia di corpi di bambini indigeni sepolti nei pressi delle scuole residenziali, volute dal governo canadese e affidate a istituti religiosi. Era norma negli anni ‘50 allontanare i piccoli dalla loro cultura, costringendoli a convertirsi al cristianesimo e ad assimilare la cultura canadese, impedendogli di parlare le lingue native e maltrattandoli, se rifiutavano di piegarsi alle regole.

T8aminik, così si pronuncia Dominique nella lingua Algoquin, è anche lui un sopravvissuto al genocidio culturale ma non cerca vendetta: le sue parole sono intrise di pace e perdono, come lo è la sua vita nella foresta laurenziana, vicino a Montreal, diventata accademia per quanti vogliono conoscere la cultura dei popoli indigeni e il loro legame con Natakinan, “la nostra terra”.  “Per tutti i popoli delle Prime Nazioni (così si chiamano le comunità indigene canadesi), la relazione con la terra è sempre la stessa: la Terra è la nostra Madre; lei non ci appartiene, siamo noi che le apparteniamo. Di questo territorio che ci viene dato per nascere, crescere e invecchiare , noi siamo i guardiani e non i maestri”, spiega Dominique.  Quando ascolta parlare di salvaguardia dell’ambiente e climate change sa che una sola è la soluzione: “Il cambiamento climatico deve accadere imperativamente nei cuori degli uomini!”.

E lui assieme alla sua compagna Marie-Josée Tardif, anziana della tribù, è appassionato di umanità e di giovani. A loro dedicano campi scuola, corsi, spazi di conoscenza dove attraverso l’associazione Kina8at – Insieme, possono fare esperienza di riconciliazione con se stessi, con la cultura dei popoli indigeni e con la madre terra. Per creare questa riconnessione si vive nella foresta in 5 grandi tende e si impara. Si imparano le danze indigene e le cerimonie sacre. Si impara insieme ad Alexis, della tribù degli Atikamekw, a conciare le pelli, a creare racchette per la neve e scolpire oggetti artistici e di uso quotidiano. Con Minda, invece, si scopre la medicina tradizionale raccogliendo nei prati le piante medicinali delle tradizioni indigene, che alla fine della passeggiata diventano decotti e tisane. “Il mondo moderno ha creato una disconnessione dalla natura, dalle relazioni, dal nostro vero essere e le persone sono smarrite, vuote” sottolinea Marie-Josée Tardif, che nella gratitudine verso la madre terra e i suoi elementi vede una via per sperimentare la riconnessione al sacro, “all’invisibile: questo sconfigge ogni solitudine”.