Il rifugiato climatico, come i cambiamenti ambientali ridefiniscono le migrazioni

di Marco Miggiano

Haiti, agosto 2021, terremoto di magnitudo 7.2, 2500 decessi, 60.000 e oltre le abitazioni distrutte. Dicembre 2021, la città di Mayfield in Kentucky, Stati Uniti d’America, viene colpita da uno dei più distruttivi tornado della storia dell’America del Nord. Interi quartieri completamente rasi al suolo, oltre 100 morti. Giugno 2019, l’Australia sud-orientale, è devastata da incendi boschivi che hanno distrutto 5900 edifici, uccidendo 33 persone. Quando leggiamo queste notizie, spesso non facciamo caso ad un dato, forse il più importante. Migliaia di persone, da un giorno all’atro, quasi sempre senza alcun tipo di preavviso, si ritrovano senza un tetto dove vivere, con il loro territorio ormai devastato sia da un punto di vista ambientale che strutturale.

Cosa succede quindi a queste persone, a intere famiglie? La storia dell’uomo è costellata da migrazioni, uomini e donne costrette e lasciare il loro territorio di origine a causa di guerre, crisi economiche, siccità, disastri naturali, inquinamento. Eppure, fino al 2016, le migrazioni conseguenze di cambiamenti ambientali non sono state riconosciute dall’ONU. Solo grazie al lavoro della 71esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata approvato il 19 settembre 2016, la Dichiarazione di New York su rifugiati e migranti che ha riconosciuto l’impatto dei cambiamenti climatici e ambientali quali fattori significativi nelle migrazioni forzate o volontarie. Secondo la Banca Mondiale, infatti, entro il 2050, saranno almeno 143 milioni le persone che vivono nei paesi dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale e dell’America Latina, a migrare forzatamente.

Una migrazione che però va spesso controcorrente rispetto a quello a cui siamo abituati. La maggior parte di queste persone si muoveranno all’interno dei loro paesi, scappando quindi da aree meno vitali e cercando di raggiungere luoghi con maggiore disponibilità idrica e produttiva. Nel 2019, considerando eventi meteorologici straordinari, sempre più imprevedibili, intensi e frequenti, sono poco meno di 25 milioni le persone costrette alla fuga. La situazione è grave e ormai consolidata, il riscaldamento globale genera impatti negativi sul pianeta, generando un nuovo tipo di migrazione, quella del cosiddetto “rifugiato climatico”. Dobbiamo quindi fare i conti con il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani, la riduzione del permafrost e dei ghiacciai, l’innalzamento del livello del mare, le inondazioni costiere, la salinizzazione del terreno, calore, siccità, inondazioni, cicloni e incendi boschivi. Senza misure incisive atte a proteggere il clima e a ridurre il rischio di catastrofi, i disastri climatici raddoppieranno il numero di persone bisognose di assistenza umanitaria.