L’immaginazione è l’arma per cambiare i luoghi scartati

Maddalena Maltese da New York intervista la prof.ssa Elena Granata

Immagina se il luogo dove vivi fosse diverso. Immagina se la scuola dei tuoi figli o quella di un quartiere periferico producesse anche agricoltura biologica. Immagina se tutte le chiese producessero energia solare per la comunità. “ ‘Immagina se’ è un’espressione dell’architetto inglese Rob Hopkins, ma il meccanismo dell’immaginazione non è degli architetti, non è degli artisti, ma è degli esseri umani e di tutte le comunità, anche di quelle che vivono in contesti difficili”. Elena Granata, professore di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile, non ha dubbi sul potere creativo dell’immaginazione.  Ha pubblicato per Einaudi, il libro “Placemaker -Gli inventori dei luoghi che abiteremo” e ci sfida ad essere innovatori delle nostre città.

Professoressa Granata, come si rigenera un luogo, uno spazio?

Più che domandarci come, dobbiamo domandarci chi lo fa, chi rigenera. Finora abbiamo pensato che ad occuparsi di spazi, di luoghi, di architetture fosse demandato ad architetti, urbanisti, politici e quindi che in qualche modo il ridisegnare luoghi, spazi pubblici e periferie fosse in capo a loro. Le cose, in realtà non accadono in questa maniera, poiché sono tanti gli attori in scena, che si muovono attorno a questi luoghi e ricoprono ruoli significativi. Per definire questi attori attivi sul piano nazionale e internazionale serviva un nome nuovo: placemaker, un inventore, quello che fa i luoghi. Il placemaker è a volte un imprenditore civile, altre è un prete militante, altre volte ancora un designer creativo, un gruppo di cittadini, un architetto o un politico. La loro missione è quella di restituire senso a dei luoghi già definiti; è attribuire significato, valore, identità, comunità ad un luogo che li ha persi o che comunque ha smarrito un po’ il senso. Dare significato non significa costruire o produrre nuova edilizia ma riscoprire una cava abbandonata, un borgo, una fabbrica che possono essere recuperate non in quanto cose ma in quanto potenziali generatori di economia e relazioni comunità.  

Ci farebbe qualche esempio?

Chi oggi sta agendo da placemaker vive soprattutto nel Sud, dove una generazione di giovani si sente chiamata a tornare nelle proprie terre d’origine, ad andare a vivere magari in borghi abbandonati per iniziare una storia di rigenerazione, una storia di attribuzione di senso, che lega insieme valore dei luoghi, natura, economia sostenibile.  In Sicilia, nella periferia di Mazara del Vallo, è nata Periferica: un parco culturale in un’area dismessa di oltre 3000 metri quadri, che comprende una meravigliosa cava di tufo ed un ex-asilo degli anni ’80, rigenerati da un giovane architetto, Carlo Roccafiorita. Dopo un po’ di anni all’estero è tornato richiamato dal fascino della propria terra. Ha chiamato altri designer a ripensare questa ex cava e ogni anno arrivano studenti, docenti, associazioni, imprese per un festival e una scuola di rigenerazione urbana, che ha rimesso in piedi l’economia di un territorio marginale.  Da qui il nome Periferica, che con ironia ha voluto fare di un problema, di uno scarto, un elemento di eccezionalità.

Poi c’è anche la storia di don Antonio Loffredo del rione Sanità: un prete che avrebbe potuto dedicarsi semplicemente a fare il prete, o a combattere la criminalità o a fare tutte le cose belle che fanno i preti al Sud e invece ha recuperato le catacombe di Napoli trasformandole in un’impresa civile che ha restituito bellezza, lavoro, legalità, innovazione.  L’ha fatto senza aspettarsi aiuti dallo stato, dal comune dal PNRR, ma con finanziamenti privati. Il placemaker si attiva perché ha una visione economica e capisce che la sostenibilità economica della propria impresa è la prima cosa che deve essere calcolata e quindi si può venire dai contesti più diversi, però c’è un metodo pragmatico e potrei dire imprenditoriale.  

Gran parte dei nostri lettori vive in un territorio ferito, a lungo noto come “Terra dei fuochi”. Che possibilità di successo ha un placemaker in questi luoghi?

C’è più fatica nel lavorare in contesti così difficili, ma c’è una responsabilità che chi vive e abita questi territori sente in modo quasi paradossale e quindi si attiva. Abbiamo visto tantissime storie di placemaker in America Latina, da Medellin a Bogotà, da periferie estreme a città informali, dove da una parte è più difficile perché non si viene aiutati, ci sono meno finanziamenti, ci sono più conflitti locali. Dall’altra queste storie nascono proprio laddove il gioco si fa duro e quindi dove la voglia di riscatto, di restituire un bene pubblico ad una collettività, già privata di tantissimi beni pubblici come la legalità, la sicurezza, la serenità di vivere, è ancora più forte. Se noi guardiamo il placemaker italiano, vedremo che si colloca a Sud, dove questa spinta progettuale al riscatto è molto viva, proprio in contesti che partono da condizioni svantaggiate, con economie di sopravvivenza, ma con grandissime potenzialità di sviluppo. Se oggi dovessi pensare a un placemaker che lavora a Milano, non ce lo vedrei perché ci sono già tante regole, tanti attori e tanti interessi che competono e che impediscono questo tipo di creatività.

Avrebbe un decalogo da suggerire per questo processo di restituzione sociale di un luogo?

Nel mio libro uso tre parole che possono offrire un metodo.  La prima parola è conoscere. Il placemaker è il cittadino impegnato, il sacerdote o il vescovo, l’impresa civile che conosce il territorio e può conoscerlo meglio aprendosi, per capire quali sono le risorse con cui interagire, chi c’è davvero sul territorio.  La seconda parola è esperienza. Stare con gli altri, condividere, avere occasioni per mettere alla prova anche la propria conoscenza attraverso l’esperienza diretta con gli altri.  La terza parola è immaginazione, una dimensione creativa che finora non abbiamo utilizzato a sufficienza. Abbiamo fatto tantissime attività sul territorio, anche di promozione culturale ma abbiamo valorizzato poco la dimensione dell’immaginazione.  Se stiamo in un luogo non dobbiamo accettarlo così com’è, ma dobbiamo immaginare che possa cambiare ed è questo quello che spinge, ad esempio, tanti gruppi, sull’onda della Laudato sì, ad essere più attivi sul piano ambientale, più protagonisti delle comunità energetiche, più partecipi della manutenzione del territorio. La parte immaginativa, creativa è una componente di cui collettivamente dobbiamo riappropriarci. L’abbiamo spesso repressa perché abbiamo imparato che la realtà si accetta così com’è e si cerca di fare del bene. No. Non basta.  Bisogna trasformare ed essere trasformativi e rigenerativi della realtà e quando capiamo che possiamo farlo, questa spinta vitale e progettuale ci spinge oltre l’ostacolo.

Ex Macrico, un parco utilizzato per oltre 40 anni come deposito e officina dei mezzi militari dell’esercito italiano è ora uno spazio verde nel centro di Caserta che attende un futuro, anche se negli anni tanti comitati hanno provato a restituirlo alla cittadinanza.  Come si rigenera uno spazio di guerra in luogo di comunità?

Mi viene in mente la storia dell’aeroporto militare di Tempelhof a Berlino, utilizzato dai nazisti per le loro spedizioni di guerra: un luogo con una storia pesante e tragica. Dopo essere stato abbandonato, negli anni ’90, ad un certo punto le persone sono tornate da abitarlo. Era un terreno di piste, dove però gli alberi, l’erba, la natura si erano ripresi il loro posto. I berlinesi ci sono tornati a correre, a fare picnic e hanno votato contro un referendum che voleva farne un progetto pubblico. Con la loro vita, i berlinesi hanno cancellato la memoria di guerra. Il metodo rigenerativo talvolta è quello di cominciare a stare nei luoghi, ad affezionarsi, andare a piantarvi gli alberi, magari senza tutte le autorizzazioni. È questo innamoramento collettivo che si riprende uno spazio ed è la libertà dei cittadini a farlo, non un progettista. Non c’è una ricetta unica per salvare i luoghi, ma la prima forma di riscatto è che le persone comincino a sognare che quel luogo diventi qualcos’altro e lo rendono possibile attraverso gesti che sono pre-progettuali, ma sono questi atti di cura, di affetto che poi generano progetti. Non bisogna investire soldi bisogna investire le energie delle persone e in quel fare insieme, vedi una comunità che ritrova sé stessa e questo l’ho visto fare 100.000 volte. Poi arrivano anche i finanziamenti perché l’idea che ne è scaturita è bella, è frutto di una relazione e di una partecipazione.  Questa complicità con la natura ci dà la possibilità anche di risanare le ferite di un contesto, perché la natura di per sé è potente e quindi la piantumazione, i boschi, i corridoi verdi, ma anche il ritorno degli animali che abbiamo buttato fuori dalle città sono elementi pacificatori, in grado di mettere pace anche in luoghi di guerra. Perché non lo facciamo? Perché siamo arretrati e pensiamo alla natura, come progetti, mentre la natura non è una cosa, ma sono esseri viventi insieme a noi.