Le fedi restino esempi di speranza anche nella guerra

Intervista a padre Giovanni Guaita, sacerdote in una parrocchia ortodossa nel cuore di Mosca

di Maddalena Maltese, da New York

Padre Giovanni Guaita vive a Mosca da 36 anni ed è sacerdote della Chiesa ortodossa russa, oltre che professore di storia della chiesa in un’università ortodossa. Il nome tradisce le sue origini. Padre Giovanni è sardo e nella sua lunga permanenza in Russia ha condiviso assieme alla sua comunità i tanti cambiamenti storici attraversati dal Paese: dal crollo del regime sovietico, alla perestroika, alla Russia di Eltsin e all’attuale governo. Senza mezze misure esprime la sua assoluta condanna per quanto l’esercito russo sta compiendo in Ucraina e chiede la pace, anche lui, come tutti nella sua comunità, come molti nella chiesa russa e in tutto il mondo. La sua parrocchia, che conta più di mille parrocchiani attivi, è al centro di Mosca e padre Giovanni assieme ai suoi fedeli ha organizzato riti per la pace, al di fuori della liturgia eucaristica. Il primo appuntamento di preghiera si è tenuto su Youtube e vi hanno partecipato 500 persone. Mi confida poi che la liturgia ortodossa comincia sempre con un’invocazione di pace, ma nelle ultime settimane sono state aggiunte preghiere speciali con questa intenzione.  

Come sta vivendo la tua comunità e la società russa questa crisi?

Siamo in un periodo difficilissimo, di grande sofferenza ma anche di grande disorientamento per tutti, non solo per la mia comunità, ma per la chiesa, la società nel suo insieme. La forte propaganda dello Stato attraverso i media, non consente di avere informazioni alternative perché gran parte delle persone non conosce le lingue straniere e ci sono pochissimi siti internet, tv e radio che dissentono dalla posizione ufficiale. Anche Youtube e gli altri canali social sono controllati, limitati. Si può accedere ai siti stranieri, ma è tutto molto lento. In questo spazio di informazione praticamente inesistente, le persone sono disorientate perché non capiscono l’isolamento dall’Europa, la crisi generata dal blocco economico, le limitazioni di viaggio, le limitazioni nell’esprimere opinioni alternative a quelle del governo. Si percepisce che è un momento tragico. 

Manca il cibo, ci sono gli assalti ai supermercati come ci viene mostrato in Occidente?

Mosca e le grandi città ne stanno risentendo meno, anche se la scelta dei generi alimentari è sempre più ridotta per i limiti alle importazioni. Lo scorso fine settimana, invece, sono stato in un ritiro con i giovani in un paese fuori dalla metropoli e lì sembrava di essere tornati indietro nella storia, agli anni ’80 del regime sovietico. Questo però non è da imputare esclusivamente al blocco economico: nel paese c’è una grande disparità sociale e già da alcuni decenni la Russia ha scelto di non produrre tanti beni di prima necessità, puntando invece ad una ricchezza frutto della vendita di materie prime e non di una reale produttività interna. Però è anche vero che prima della crisi acquistavi un euro con 80 rubli, oggi ce ne vogliono almeno 120-130. 

Nella sua comunità c’è qualcuno che è direttamente coinvolto in questa crisi?

Direttamente coinvolti nelle azioni belliche fin qui no, anche se poi di fatto tutti ne siamo toccati, in modi diversi. Le famiglie sono preoccupate che i ragazzi potrebbero essere arruolati o richiamati nell’esercito e quindi li lasciano partire per le altre repubbliche ex sovietiche, la Georgia, l’Armenia poiché lì è richiesta solo la carta di identità e poi da questi paesi sperano di continuare il loro viaggio verso altre nazioni in Occidente. L’emigrazione è molto alta anche perché le limitazioni imposte sono troppo gravose. Tanti giovani, soprattutto di talento, coppie ai primi anni di matrimonio, non vogliono restare, per non vivere nella sospensione e condannare i figli a un futuro senza prospettive e che si presenta incerto non per settimane, ma per decenni. Io stesso sto vedendo tanta gente lasciare la Russia in gran fretta perché i timori che il paese venga completamente chiuso continuano a crescere.  Dall’altro lato vediamo anche arrivare gli sfollati ucraini dal Donbass, dalla Crimea, poiché tutti loro hanno cittadinanza e passaporto russo e quindi hanno diritto ad essere accolti pienamente. 

Cosa possono fare le fedi in un contesto così tragico?

Il ruolo della fede e delle fedi deve essere quello di dare esempi di speranza. E poi richiamare sempre alla pace e alla fine di ogni tipo di violenza. Aggiungo che all’interno della chiesa ortodossa ci sono posizioni diverse sulla crisi ucraina, anche se bisogna dire che le chiese tradizionali e maggioritarie hanno una visione più filogovernativa; mentre le chiese della minoranza, meno coinvolte nella vita dello stato, sono più distanti e critiche. La prova di queste posizioni varie è anche la lettera, firmata da 300 sacerdoti ortodossi che hanno duramente condannato gli eventi di queste settimane in Ucraina. Un metropolita della Chiesa ortodossa russa, che esercita il suo ministero all’estero, ha espresso pubblicamente una posizione di totale condanna e di non condivisione della linea del governo e di alcune dichiarazioni dello stesso patriarca. Lo stesso hanno fatto altri vescovi e intere comunità della chiesa russa all’estero. Vedere poi l’Occidente impegnato nell’accoglienza dei profughi, nella solidarietà e nelle preghiere, mostra quanto la fede sa davvero essere esempio di speranza.

Eppure la logica del nemico sembra prevalere e vediamo montare nei social e nei dibattiti una certa russofobia. Cosa direbbe a riguardo?

La russofobia è un fenomeno preoccupante; quando ho letto della campagna di boicottare tutto ciò che è russo, compreso Dostoevskij, mi sono detto che questa è una posizione miope e non obiettiva. Tutti invece dovrebbero leggere Dostoevskij per capire la Russia e i russi. Gli stessi russi dovrebbero leggerlo di più per conoscere se stessi. E’ doloroso sentire il governo russo accusare l’Ucraina di essere un paese “nazista” ed è altrettanto doloroso sentir dire in Occidente che “i russi” sono guerrafondai. Non è giusto né sensato attribuire a tutto un popolo responsabilità che sono di chi lo governa. I russi stanno già pagando un prezzo piuttosto duro ed elevato per questi avvenimenti. Le sanzioni imposte dall’Occidente non sono rivolte solo ai cosiddetti oligarchi, ma riguardano tutti noi. Io e i miei parrocchiani abbiamo visto calare drasticamente le nostre entrate, chi aveva qualche risparmio in banca se l’è visto “congelare” a tempo indeterminato. Con la parrocchia siamo impegnati in tanti progetti sociali per i senzatetto, per i bambini terminali, affetti da malattie incurabili. Nel blocco delle importazioni sono finiti i farmaci proprio per questi bambini e questo è un crimine.  Mancano le medicine per l’epilessia, l’insulina per i diabetici. Diverse persone stanno protestando in maniera pacifica e civile, correndo rischi enormi perché le conseguenze sono assai dure: quanti manifestano il proprio disaccordo col governo (anche semplicemente usando la parola “guerra” per definire gli avvenimenti in corso in Ucraina) vengono fermati e arrestati, subiscono un processo e ricevono una condanna al pagamento di multe salatissime che non sono in grado di pagare. Possono essere licenziati dal lavoro o espulsi dalle università. Capisco che le sanzioni servono per affermare il diritto internazionale e porre freno alla violenza, ma bisogna considerare le conseguenze che esse hanno per tutto un popolo. Quanto sta succedendo in Ucraina in questi giorni è un crimine contro l’umanità che non può avere giustificazioni di sorta. Bisogna però anche ammettere che il governo ucraino negli ultimi anni ha commesso errori che sono passati inosservati sotto gli occhi della comunità internazionale. 

A quali errori si riferisce?

Innanzitutto ci sono stati episodi di violenza contro i russi residenti in Ucraina nel Donbass, a Odessa e in altri luoghi. Il governo ucraino è stato poi particolarmente rigido nel proibire l’uso della lingua russa, pur sapendo che il russo è parlato in Ucraina più dell’ucraino stesso. Una democrazia così giovane avrebbe potuto essere consigliata meglio dalle democrazie mature circa l’uso del pluralismo linguistico e l’ammissione di una seconda lingua nazionale, come accade in tanti paesi europei. Anche non aver acconsentito maggiori autonomie a regioni e città russofone è risultato di una politica miope. Col Maidan il governo ucraino ha fatto la scelta legittima di una alleanza con l’Occidente, ma gli alleati maturi avrebbero potuto accompagnare questo processo con più lungimiranza. Io non giustifico nulla di quanto l’esercito russo sta facendo in Ucraina e lo condanno fermamente, ma sarebbe servita una visione politica più aperta.  

Se il processo di pace dipendesse da lei, da dove comincerebbe?

La prima cosa, la cosa più urgente, è fermare immediatamente la violenza. Poi occorre ricostruire quanto è stato distrutto e passare a politiche di diplomazia, anche economica per evitare il tracollo dei due paesi. La Russia dovrebbe aprirsi ad una vera democrazia e alla possibilità di esprimere opinioni diverse da quelle governative, anche se questo è difficile in un paese con una limitata esperienza di democrazia. Sono convinto che la Russia è una parte dell’Europa che non può essere rigettata. La sfida per tutti noi cristiani è superare, dopo questa immane tragedia, la logica dell’odio e portare pace, solidarietà, tolleranza proprio tra chi non mi è simpatico, dove non c’è nessuna luce di speranza. Noi siamo chiamati a stare proprio lì, ad essere lì questa luce.